31 marzo 2014

Quelli che il martedì...al ChiamaloSeVuoi vivaio

Da qualche tempo al ChiamaloSeVuoi Vivaio ci stiamo allargando. Prima eravamo soliti andare al vivaio per incontrare "i ragazzi". Adesso il Martedì mattina dalle 11 alle 13 al progetto lavoriamo in tanti: psicologi, genitori, fratelli e cugini di persone con disabilità.

Con questo video proviamo a presentarci ed a presentare un parte del nostro lavoro: l'attività.




Dietro la telecamera ci sono io: Felice. Quello con la camicia azzurra martello alla mano è un collega: Stefano. Al tavolo delle talee che fa oscillare come un pendolo un falso incenso Silvia anche lei psicologa come Stefania che si vede andar per campi assieme ad Ambra, bandana multicolor e cane in braccio. 

Tra “i taleisti” "in catena di montaggio" munita di maglietta bianca da lavoro e occhiali da sole Rosalba, madre di Ambra. Con lei Giulia tra le nostre maggiori esperte di vasettologia. Tra gli addetti "a schiodare tavole" Filippo, fratello di Giulia, lavora come operatore al maneggio "il Sagittario" accanto a cui sorge la nostra serra. Insieme a Filippo, sua cugina Vanessa, esperta di lavorazioni artistiche entro una bottega artigiana a Frascati, e Marvin, fratello di un ragazzo che frequenta il maneggio per l'ippoterapia, che da poco si è unito al gruppo per “fare il volontario".

Tutte queste persone ogni Martedì mattina dalle 11 alle 13 si incontrano per lavorare. L'attività accomuna, dà modo di interagire, fa sentire utili anche se a volte c'è chi preferisce "darsi alle margherite" forse anche per affermare con un pò di impertinenza che c'è anche chi in una comunità può sentirsi esentato dall'obbligo di lavorare. In questo senso al ChiamaloSeVuoi Vivaio pensiamo di non essere tutti uguali, ognuno è portatore di una propria storia, di propri interessi e questioni e può metterle in gioco, anche in modo un pò comico, rapportandosi ad altri e ad una proposta: costruire un'“impresa sociale” comune. 

29 gennaio 2014

Quali iniziative per la disabilità a Vermicino? Una ricerca per "coltivare" una prospettiva comune.



Vorremmo attivare uno scambio tra il nostro gruppo di psicologi e le famiglie e gli operatori che frequentano il maneggio per capire quali iniziative possiamo facilitare in questo contesto, in relazione ai problemi quotidiani, ai desideri e ai progetti di chi si rapporta con la disabilità.

E’ per questo che vi proponiamo di partecipare ad una ricerca attraverso cui vogliamo raccogliere pensieri ed idee sulle quali incontrarci e lavorare insieme.

La ricerca prevede la realizzazione di una intervista in cui parlare della propria esperienza in progetti e servizi per la disabilità e delle proprie attese ed idee circa possibili iniziative da mettere in campo. 

Per partecipare: ci trovate ogni martedì mattina al vivaio oppure mandateci una email a segreteria@gapnet.eu




30 giugno 2013

Il pomodoro-anzi: una storia di tentativi di categorizzazione.




Il pomodoro è una pianta dalle origini lontane importata dall'America per ben duecento anni non venne usata per usi alimentari. La solanina, la sostanza presente sulle foglie che sporca le mani di nero, la rese una pianta che veniva considerata tossica anche nei suoi frutti. Un mito di tossicità rimase attaccato alla nostra pianta per lunghi anni: venne infatti essenzialmente usata per scopi estetici ed i contadini furono gli ultimi a fidarsi di quello che ritenevano il frutto del diavolo.

Uno dei principali ingredienti della nostra cucina, importato dagli Spagnoli che dominavano nel Regno delle due Sicilie fu quindi visto inizialmente come un un nemico, uno stravagante ornamento da tenere sotto controllo: affascinante e pericoloso al contempo.

Questo almeno fino a quando un qualche abitanti di Napoli non decise di utilizzarlo sopra un pezzo di pasta forse spinto dagli stenti forse preso dal desiderio di far venire un bel mal di pancia a qualche persona poco gradita. Il risultato però fu sorprendente e il pomodoro divenne uno dei principali ingredienti della nostra cucina.

Ma come si fa a trasformare il nemico in amico? Forse occorre tentare un azione, prendersi un rischio, scorgere una possibilità...Proviamo?

Senapità: un problema confuso ed appiccicaticcio!

Consigliamo ai chi come noi con l’agricoltura e la coltivazione si diverte ad esplorare di non lasciarsi troppo prendere dalla mano nel coltivare la senape. E’ bastato infatti poco tempo, dopo aver con leggerezza seminato, per ritrovarsi a contatto con un problemaccio da noi rinominato “senapità”. Tanti semi in poco temo han germogliato una confusione delirante: non si capiva più dove iniziava una senape e finiva l’altra. Le piantine di senape stavano infatti fitte, tutte intorcinate l’una sull’altra, tanto da render urgente e necessario il trapiantarle velocemente da un’altra parte. Sembravano felici così vicine in quel marasma e sembrava quasi volessero rimanere cosi attaccate senza separasi, rischiando così di brutto, di soffocarsi, morendo appiccicate di eccessiva “senapità”.
“Senapità” è per noi la confusione tra se e l’altro, il miscuglio, l’appiccicume che toglie il fiato, ma anche la gelosia, l’avidità, la paura di separarsi.

Un "erbaccia" prepotente


Tra le erbe che circondano il ChiamaloSeVuoi Vivaio ce ne sono alcune, le graminacee, che, spontanee e filiformi i cani spesso mangiano per spurgarsi. Sul libro delle piante scopriamo che possono essere usate per produrre “un birra piccante”. A staccarle si coglie la prepotenza e la caparbietà di queste piante, se se ne strappa un ciuffo consistente sono capaci di portarsi appresso metà del vaso. Non stupisce che siano chiamate “erbacce” vicino a loro le altre piante sembrano non poter trovare una proprio spazio vitale. Si allargano, crescono e senza rispettare l’altrui vaso si fan ospiti “autoinvitate”. Verrebbe voglia di eliminare come un nemico da combattere: per le proprietà che le contraddistinguono possono essere infatti spesso inconciliabili con altre piante: fa parte della vita anche questo! Ma conoscer l’erbacce capir perché così fanno, trovarne un utile funzione ed esplorarle a noi ci sembra ben più interessante che sbrigarsi a strapparle senza pensarci un attimo.


 

13 maggio 2013

La zappa ed altri strumenti per promuovere convivenza


Siamo abituati ad immaginare l'agricoltura come ad un professione faticosa ed estenuante su cui non è richiesto pensare, a cui bastano solo delle braccia forti. Eppure a Colle Pizzuto, terra vulcanica della zona di Vermicino all'interno del territorio dei Castelli Romani, rivoltando ed ammorbidendo con la zappa le zolle di terra si possono scoprire, con un po' di attenzione, indizi molto interessanti per ricostruire la storia del territorio in cui stiamo.

La terra che calpestiamo a Colle Pizzuto durante le attività del “ChiamaloSeVuoi Vivaio” non solo è molto fertile a causa degli asini che vi pascolavano fino a pochi mesi prima del nostro arrivo, ma è anche piena di leucitite, una roccia eruttiva presente in tutto il Lazio a causa dei numerosi vulcani inattivi o quiescenti presenti nel suo territorio. Le numerose pietre di leucitite nel terreno di Colle Pizzuto indicano il fatto che in ere geologiche passate proprio qui vi sono state delle eruzioni laviche. Non tutti sanno che Colli Albani riposa su un vulcano quiescente che, nonostante non erutti da alcuni secoli, mantiene comunque la sua attività sotto forma di emissione di gas. L'ultima grande eruzione di questo vulcano risale a circa 280.000 anni fa, con cui emise una lingua di lava lunga 12 chilometri, che dai Colli albani si mosse fino quasi all'ingresso dell'allora disabitata Roma, passando lungo l'attuale Appia antica.

Se questo è interessante da un punto di vista geologico, ancor più interessante è scoprire che la storia urbana di Roma si mescola e si confonde con la storia geologica dei Colli Albani. Si viene così a conoscenza del fatto che a partire dal 1500 circa le principali strade di Roma, vengono lastricate con i famosi sampietrini e che questi venivano realizzati proprio con “selci” di leucitite estratte dal territorio dei vicini Castelli Romani, quindi anche in quello di Vermicino.

Più recentemente l'uso di selci di leucititi per realizzare le strade di Roma si è notevolmente incrementato con l'espansione urbana della città, tanto che nella borgata Laghetto, che dista meno di 10 chilometri da Vermicino, nel 1890 si insediò la “Cooperativa selciaroli di Alfedena”, che dedita all'estrazione di selci riuscì qui a soddisfare l'intero fabbisogno di sanpietrini della neocapitale italiana. L'arte dei selciaroli consisteva nell'estrarre e sagomare enormi quantità di sanpietrini che, tagliati a forma di piramide tronca venivano infilati a forza di martellate nel terreno.

Numerosi sono gli schemi che i selciaroli hanno utilizzato nel lastricare le strade romane, disponendoli a squame di pesce, a spirale o cerchi concentrici, costruendo così quelle forme e quei disegni che tutt'oggi rappresentano nell'immaginario comune il simbolo delle strade che tutti i giorni ci collegano gli uni agli altri.
Passeggiando su questo tipo di strade, quindi su l'enorme distese di pietre che le compongono tutte insieme perfettamente lisce e levigate, non si comprende a pieno la fatica che tale lavoro comporta. Come per i selciaroli che faticosamente hanno prodotto le strade che utilizziamo, così con l'arte dell'agricoltura i contadini incontrano la fatica del proprio lavoro mentre adoperano i loro strumenti agricoli, come la zappa, il piccone, la vanga, il cartoccio o il rastrello. Come i selciaroli hanno costruito con fatica le strade che percorriamo, così i contadini contribuiscono con la loro arte alla produzione del cibo che mangiamo quotidianamente e delle piante che usiamo per abbellire le nostre strade e i nostri spazi più privati. Tramite l'agricoltura, quindi con il lavoro che facciamo all'interno del ChiamaloSeVuoi Viavio! costruiamo faticosamente alcuni percorsi per promuovere la convivenza entro le diversità, come i selciaroli che costruiscono con fatica le strade che connettono persone, case e famiglie entro un tessuto sociale comune.


Sansone lo spaventapasseri





Quello strano personaggio con la faccia pallida di lenzuola, lo sterno fatto di canne di bambù e le gambe un pò swing che solo il legno di vite può donarti si chiama Sansone lo spaventapasseri. 

Sansone è un punto di partenza per il nostro ChiamaloSeVuoi Vivaio oltre che il prodotto delle primissime settimane di lavoro. Un lavoro in cui ci confontavamo con l'estraneità delle piante e del lavoro agricolo oltre che con la divergenza dei nostri interlocutori che iniziavamo a comprendere insieme con le questioni che a modo loro ci comunicavano. C'era "chi scappava al maneggio", chi "proprio non voleva lavorare", c'erano tutte le nostre emozioni in rapporto ad un lavoro del tutto nuovo  e c'era da capire come rapportarsi, che posizione prendere. "Ma devono lavorare per forza?"- ci chiedevamo- e ancora " che senso potrebbe avere per loro coltivare le piante?"

Il percorso intrapreso per rispondere a queste domande cominciava in un luogo in cui la maggior parte dei nostri interlocutori era abituata a venire, un luogo familiare, vicino ai nostri vicini del maneggio sempre pieno di persone che andavano e venivano per imparare ad andare a cavallo.

Noi volevamo fare qualcosa di diverso da quello che la già c'era e volevamo al contempo essere utili alle persone con cui iniziavamo a rapportarci oltre che al contesto entro cui lavoravamo. Cercavamo una nostra funzione e per iniziare a costruirla ci rendevamo conto che ci servivano dei confini qualcosa che ci aiutasse a capire dove iniziavamo noi e dove finivano gli altri.

Fù così che all'inizio, presi dall'urgenza, quasi senza rendercene conto iniziammo a costruire una staccionata che delimitasse l'area in cui lavoravamo dal contesto esterno. Il risultato però non ci convinceva: la struttura sembrava costringerci all'interno di un recinto al contempo respingendo gli estranei. Il nostro obbiettivo era un altro: volevamo diventare capaci di accogliere raccontando il senso del nostro lavoro con le piante. Ci serviva un primo modo di comunicarlo che funzionasse come un simbolo della nostra presenza e degli obbiettivi che ci interessava portare avanti. Ragionando di confini iniziammo a pensarli come limiti, coordinate di un lavoro che potevamo iniziare a raccontare e condividere. Fu così che archiviammo la staccionata affidando l'arduo compito di rappresentarci a Sansone, il custode dei campi, un custode gentile che custodisse più che sorvegliare,  proteggendo in modo benevolo una prospettiva di lavoro che come le nostre piante ha bisogno di spazi, di tempi e di continua manutenzione. Fu così che, anche grazie a Sansone, cominciammo a pensare che, insieme alle piante, potevamo coltivare storie fatte di parole che potessero uscire dall'Hortus, il recinto che confina stranezze e diversità.


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